21 Maggio 2019 Comments(0)

    Il selvaggio

    di Guillermo Arriaga.

    Ho sempre amato Guillermo Arriaga per la sceneggiatura di film come “21 grammi”, “Babel”, “Amores Perros” e altri. Anni fa lessi un  suo libro, “Un dolce odore di morte”, che mi impressionò per la narrazione e la maestria visiva che emanava. Con “Il selvaggio”, Arriaga torna a giocare con il tempo, tema a me molto caro, così come aveva fatto con le sceneggiature cui accennavo prima. Lo fa, naturalmente in maniera diversa, insegnando a chi come me scrive e studia il cinema strade nuove e intuizioni importanti da cui prendere spunti interessanti.

    Nello specifico, “21 grammi” è stato il film che mi ha dato l’impulso per terminare la mia tesi sul tempo nel montaggio cinematografico, quindi è un film cui sono molto legato.

    Ne “Il selvaggio” la gestione inusuale del tempo dilata la narrazione, la stravolge al punto che gli eventi, perdendo la linearità, diventano un eterno presente, come se l’autore volesse darci la sensazione che tutto avvenga in un unico momento. Le due storie principali, lontane nel tempo, sono e restano parallele, ma si incrociano in una tessitura straordinaria: una nel passato e con andamento lineare, l’altra, quella del giovane protagonista, il selvaggio Juan Guillermo, frammentata e mescolata ad arte. In questo modo si arriva ad azzerare davvero la temporalità, guidando il lettore verso un finale in cui i tempi diversi confluiscono in un presente costante ed estraniante, eppure incredibilmente naturale. Un effetto stupendo costruito e raggiunto in maniera fluida e magistrale partendo dalla frammentazione assoluta del tempo della narrazione, con un finale che raccoglie i molteplici fili diventando un unico e grande gomitolo.

    La frammentazione temporale, poi, sembra rappresentare l’essenza stessa del protagonista, travolto da eventi molto più grandi di lui, cui non ha la minima idea di come affrontarli. La frammentazione temporale rende benissimo lo spaesamento di Juan Guillermo e rende ancora più incisiva la lenta presa di consapevolezza che lo porterà, alla fine del romanzo, a maturare, a essere diverso e più presente a se stesso. La vendetta guida ogni sua mossa. Una furia cieca e senza direzioni. La salvezza la troverà soltanto nella libertà. Libertà dalle sue ossessioni, dalla gelosia, dalle sue oscurità e dal suo essere così selvaggio e impulsivo. E il lupo, animale che aleggia per tutto il racconto, diventa proprio la personificazione delle sue paure. Nel finale, che non rivelo per non rovinare la lettura di questo gioiello, il protagonista trova la meritata catarsi, la tanto agognata libertà… da se stesso.

     

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