25 Settembre 2018 Comments(0)

    La mia superbia

    Molto tempo fa ero convinto che una vita, perché fosse degna di essere vissuta, avesse bisogno di lasciare un segno per l’eternità. Qualsiasi esso fosse. Ma nel mio modo di interpretare le cose, occorreva fare qualcosa di grande, di unico, di mettere una firma, per quanto piccola, nella meravigliosa storia dell’umanità. Poteva essere qualsiasi forma artistica, intellettuale o fisica: immagino lo sport o qualche impresa straordinaria, oppure diventare persone di spessore in ambito umano: pensavo a una Madre Teresa, un Gandhi o qualcuno di ugualmente grande. Ecco, quelle erano le persone che vivevano una vita degna di questo nome, una vita importante, una vita per la quale l’umanità avrebbe dovuto ringraziarli per l’eternità. E vedevo, inoltre, la pochezza di coloro i quali trascinavano le loro esistenze perennemente alle prese con problemi di ordine inferiore: il lavoro, i rapporti personali, le frustrazioni, il sesso, i figli, le mancanze e i desideri. Cosa avrebbero mai lasciato quelle persone ai posteri? Quale il loro valore aggiunto? Chi, ancora, si sarebbe mai ricordato di loro tra cento, duecento, cinquecento anni? Nessuno. Semplicemente sarebbero scomparsi nelle pieghe del tempo, fagocitati e triturati dalla loro inutile insignificanza. Il fatto che io pensassi queste cose, che vedessi la vacuità di quella vita, mi faceva sentire automaticamente migliore, superiore, una persona con idee e obiettivi fuori dal comune. La cosa bella e subdola allo stesso tempo, era che mi consideravo una persona di grandissima umiltà.

    Mi ci sono voluti molti anni per arrivare a prendere consapevolezza della mia superbia. Ero superbo, lo ero con ogni cellula del mio corpo, soprattutto delle cellule cerebrali. Prendere consapevolezza di questo non è facile. Quando viene toccato il nostro ego, tutto diventa  incredibilmente complicato. L’ego cerca sempre di uscire vincitore, nella sua guerra con l’anima e con la vera consapevolezza, di farti vedere tutto dal proprio punto di vista. Prendere consapevolezza del proprio ego e delle sue debolezze, è come prendere un pugno fortissimo alla bocca dello stomaco. Resti senza fiato… Ma inizi a vedere le cose in maniera completamente diversa. E questo è un dono che la vita stessa ci offre. Ricordo che avevo molto criticato un ragazzo che passeggiava con la propria figlia sul lungomare. Pensavo: incredibile come basti poco per fare un figlio, lo fanno persone che neanche si rendono conto di cosa possa significare. Naturalmente mi riferivo a quel ragazzo che conoscevo in maniera superficiale. Nella mia superbia ero anche inconsapevolmente invidioso.

    Oggi il mio pensiero, il mio modo di vedere la vita, è completamente diverso. Sono felice che non mi passerebbe mai per la testa un pensiero come quello appena descritto. Ma, soprattutto, ho preso consapevolezza della sacralità della vita, della felicità di questa vita e della profonda unicità di ognuno di noi. Mi guardo attorno e davvero vedo che siamo onde dello stesso mare. Ognuno di noi, naturalmente a un diverso livello di consapevolezza, segue una direzione, ma tutte le direzioni sono ugualmente importanti perché portano, per ciascuno di noi in maniera specifica, verso la nostra crescita. E quel ragazzo che passeggiava con la figlia aveva una fortuna che io non avevo e per cui oggi, non solo non provo invidia, ma provo un senso di profonda felicità per lui. Una frase molto bella recita: l’universo non ti dà quello che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno (per la tua crescita spirituale, aggiungo io)

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