di Marco Bussoli

    La Persistenza dell'Anima

    Questa è la pagina del mio romanzo La Persistenza dell'Anima.
    Ci saranno tutte le informazioni e le curiosità, alcuni estratti, immagini e contatti.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    La Persistenza dell'Anima

    Il Romanzo

    Iniziamo il viaggio all'interno del romanzo

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Foto

    In questa sezione ci sono le foto del romanzo. Troverete anche le foto che mi manderete voi.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Estratti e recensioni

    Questa è la sezione dove le recensioni e i collegamenti alle pagine dove ci saranno vari estratti del romanzo.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    Quarta di copertina

    Qual è il prezzo che siamo costretti a pagare per assecondare l’istinto? E se ci indicassero una strada diversa, saremmo disposti a intraprenderla benché farlo comporterebbe un cambiamento radicale nella nostra vita? E quanto lontano, poi, riusciremmo a spingerci in questo nuovo percorso? Questi i dubbi cui devono far fronte Karla, Karol e Carla: tre vite che scorrono su binari paralleli, anche se distanti nel tempo e nello spazio, diverse eppure così vicine che sembrano sfiorarsi e completarsi a vicenda. Tre protagoniste mosse dallo stesso desiderio di vendetta, un sentimento grave e totalizzante, capace di offuscare il cuore e la ragione, talmente potente da portarle a rinunciare anche alla propria felicità pur di trovare appagamento. Passano gli anni, ma gli impulsi che muovono le persone rimangono gli stessi e ugualmente distruttivi sono la sete di potere e l’istinto di prevaricazione. Diverso può essere l’approccio nei confronti di quello che ci accade, unica chiave per spezzare l’eterno ritorno dell’uguale e cambiare quello che appare come un destino già scritto… “La persistenza dell’anima” è un romanzo i cui fili si intrecciano sapientemente, in una trama che unisce passato, presente e futuro in un gioco di rimandi capace di coinvolgere il lettore fino all’ultima pagina.

    La Persistenza dell'Anima

    Prologo

    Con il pulsante a lato, è possibile leggere un estratto del “Prologo”.

    La Persistenza dell'Anima

    Prologo

    Con il pulsante a lato, è possibile leggere un estratto del “Capitolo 1”.

    La Persistenza dell'Anima

    Prologo

    Con il pulsante a lato, è possibile leggere un estratto del “Capitolo 5”.

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Video

    Questa è la sezione dove ci saranno tutti i video riguardanti "La Persistenza dell'Anima":
    BookTrailer, interviste, presentazioni, blog video e tanto altro.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    BookTrailer

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Eventi

    Questa è la sezione dove troverete tutte le notizie riguardanti le presentazioni e i firma-copie del romanzo.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    Finalista al Premio Letterario Nazionale “Argentario”

    La cerimonia di premiazione si terrà il 25 maggio presso il Porto Ercole Resort & SPA Hotel – Porto Ercole, Monte Argentario (GR).

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Dove acquistare

    Qui trovate i link ai più importanti siti dove è possibile acquistare il libro.

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    Europa Edizioni

    Internet Book Shop

    Ebay

    Amazon

    Mondadori Store

    Feltrinelli

    Hoepli

    Libreria Universitaria

    Unilibro

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Prologo

    In questa sezione potrete leggere un estratto del Prologo de "La Persistenza dell'Anima". Spero vi piaccia e vi incuriosisca. Per qualsiasi domanda o informazione potete mandare una mail al seguente indirizzo:
    info@marcobussoli.it

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    PROLOGO

    Gocce d’acqua bollente solcavano il suo corpo, accarezzandolo, quasi fossero un balsamo ristoratore. Con gli occhi chiusi, le particelle di vapore la avvolgevano, la proteggevano da tutto. Lo scrosciare dell’acqua era l’unico rumore al mondo, del suo mondo, e non avrebbe potuto sopportarne altri quella sera. Visualizzò che l’acqua, percorrendo il suo corpo dalla testa ai piedi, portasse con sé ogni tensione, ogni frustrazione, desse sollievo a ogni muscolo contratto e, per osmosi, a ogni organo interno del suo corpo. Il leggero solletico sulla pelle entrava in risonanza con i suoi sentimenti, intorpiditi e intimoriti insieme. Amava restare sotto la doccia, immobile, dopo una lunga giornata trascorsa là fuori, dove a volte era quasi serena, altre volte si sentiva sola, senza un punto fermo.
    Soprattutto adesso.
    Karla fermò il getto d’acqua dal soffione e con le mani piene di bagnoschiuma, si cosparse di morbida schiuma. La delicata essenza di rosa e violetta le ricordava il profumo dell’intero appartamento, di tutto il tempo che vi aveva abitato. Quasi tre anni nello stesso bilocale, un record per lei. Per la prima volta, aveva cominciato a chiamare “casa” il suo appartamento e l’aveva anche personalizzato come mai prima. Possedeva una pianta che trattava come un animale domestico, e aveva addirittura pitturato personalmente la parete dietro la televisione e l’intero bagno. Ancora più rimarchevole, aveva appeso il suo quadro preferito in bella mostra sopra il divano: una riproduzione gigante de “La Persistenza della Memoria” di Dalì che considerava la trasposizione della sua anima su tela. Ogni mattina, quando faceva colazione e vi si sedeva di fronte, la morbidezza di quegli orologi e l’apparente mutevolezza del quadro avevano per lei un’imperscrutabile profondità. Si lasciava puntualmente guidare da tutte le emozioni che esso le suscitava. Era la sua meditazione quotidiana per affrontare la giornata. Ai pochi uomini che avesse portato a casa non era mai piaciuto quel quadro. Magari all’inizio ne restavano affascinati, ma piano piano, cominciavano a sentirsi a disagio, finché lei non li scaricava. Un solo uomo, Ricardo, aveva trovato il quadro emozionante e continuava a osservarlo con rinnovata curiosità ogni volta che si ritrovavano sul divano. Karla ne era rimasta immediatamente affascinata e qualcosa di molto simile all’amore aveva iniziato a crescere dentro di lei. Forse, alla fine, aveva trovato il posto adatto a lei, nella città giusta e con l’uomo giusto. Se la felicità aveva un nome, doveva somigliare molto a quello del suo uomo, Ricardo. Grazie a lui aveva anche trovato lavoro presso una piccola ditta di un suo amico. Questi aveva bisogno di qualcuno che mettesse a posto la rete aziendale e fosse disponibile a fare una sorta di manutenzione con il software e con i dati dei prodotti e delle aziende con cui lavorava regolarmente. Karla svolgeva il suo lavoro con efficienza, insegnando anche agli altri dipendenti come sfruttare al meglio i programmi gestionali. Aveva la sensazione di vivere, finalmente, una vita normale come quella di milioni persone, normalità che per lei, ignara del significato di quella parola, quasi fosse la sua chimera, era qualcosa di meraviglioso.
    Aprì il getto dell’acqua, dal grande soffione circolare sopra di lei, e quei momenti vennero lavati via insieme alla schiuma. Aumentò il calore dell’acqua per scacciare il freddo che sentiva dentro le ossa e che sembrava volesse restarle appiccicato addosso. Osservò le sue mani e si rese conto che tremavano. Le avvicinò al viso. Sentiva che il peso nascosto in fondo al petto stava per liberarsi, ma non voleva piangere, non poteva. Se l’avesse fatto non sarebbe riuscita a smettere, a riprendere a vivere come aveva imparato a fare anche nelle peggiori situazioni. Non adesso, non questa volta. Alzò il viso verso il getto bollente e aspettò che quel terrore, misto alla rabbia, la abbandonasse. Aveva iniziato a crederci, purtroppo, a credere di aver ricominciato da zero, come se quanto accaduto fino a oggi fosse evaporato o disperso assieme al sapone e alla pelle vecchia nello scarico della sua doccia. Strinse i pugni col desiderio di distruggere tutto quello che le capitasse a tiro. Doveva sfogare la rabbia, la frustrazione e la disperazione di sentirsi di nuovo in trappola. Respirò profondamente e i vapori morbidi e profumati della doccia sembrarono calmarla. Restò qualche attimo ancora sotto il getto bollente per poi chiuderlo con un gesto secco, ma misurato. Tuttavia non si mosse, quasi avesse bisogno di sorreggersi a qualcosa. Attese, senza sapere cosa o perché. Quindi uscì dalla doccia. Si asciugò i capelli corti e neri con un asciugamano e indossò l’accappatoio rosa. Uscendo dal bagno, il vapore invase il locale che faceva da cucina, salotto e soggiorno, con una parete quasi interamente costituita da una grande vetrata. Appena rientrata a casa, aveva chiuso le tende in modo che nessuno potesse vederla. Voleva isolarsi, preferibilmente sparire. Uscita dalla doccia, però, socchiuse una delle finestre per far entrare l’aria fresca della notte. In quel momento un’auto della polizia sfrecciò a sirene spiegate e lampeggianti accesi sotto casa sua. Possibile, pensò, che la stessero già cercando? Rabbrividì. Strano come la vista dall’ultimo piano del palazzo, che aveva sempre considerato stupenda e pregna di libertà, oggi le sembrasse nient’altro che una prigione. È proprio vero: noi vediamo le cose per come siamo e non per come sono in realtà, pensò. Si voltò. In cucina c’erano ancora le tazze sporche della colazione che aveva fatto insieme a Ricardo quella mattina. Avevano entrambi il giorno libero e volevano godersi la reciproca presenza, il reciproco amore. Aveva lasciato le tazze sporche poiché era impaziente, non vedeva l’ora di trascorrere quella giornata con il suo Ricardo, e aveva deciso di lavarle quella sera. Adesso non aveva più senso, né quell’entusiasmo, né quelle maledette tazze sporche. Prese le sigarette e l’accendino poggiate sul tavolo.
    Con Ricardo si erano visti la prima volta solo cinque mesi prima, ma si capivano come se fossero cresciuti insieme. Era bello, pensò Karla, non aver bisogno di spiegare troppe cose con un uomo. Ricardo sembrava leggerla dentro come aveva sempre desiderato un uomo facesse. Forse questo aveva permesso a Karla di bruciare le tappe con lui e farci l’amore dopo appena qualche appuntamento. Ed era stato magico. Lei che aveva sempre dovuto contare esclusivamente su se stessa, difendersi dalla sua inconsapevole bellezza, adesso aveva un uomo che le dava protezione, sul quale riporre quel pizzico di fiducia che le fosse rimasta nella vita. E questo le piaceva. Le piaceva talmente tanto da non porsi i suoi milioni di problemi, ma lasciare che le cose andassero come dovevano andare. Non si vedevano tutti i giorni con Ricardo, e questo accresceva la voglia e il bisogno di stare insieme, di toccarsi. Quando stavano insieme parlavano tanto. Lei parlava tanto, in realtà, mentre lui era bravo ad ascoltarla. Ripensandoci adesso, Karla si rese conto che Ricardo non aveva parlato molto della sua vita prima di conoscerla. Era stata lei a mettere sul tavolo le sue paure e i suoi desideri come non aveva mai fatto con nessuno prima, e le era piaciuto. Non era riuscita a dirgli il suo vero nome e alcune cose del suo passato che voleva dimenticare lei stessa, ma per il resto, aveva parlato straordinariamente tanto di sé. Quel senso di serenità che la avvolgeva ogni volta che confessava qualcosa del suo intimo, divenne quasi una droga. Forse per questo non aveva chiesto troppe cose a Ricardo, del suo lavoro innanzitutto, poi della sua vita o delle sue paure più grandi, e soprattutto del suo passato. Ora se ne pentiva. Aveva abbassato completamente la guardia, aveva abbandonato la reticenza che l’accompagnava in ogni rapporto, che fosse d’amore o amicizia.
    Ancora con l’accappatoio indosso, Karla si accovacciò sul divano e accese la sigaretta. Esalò, insieme alla prima boccata, tutta la frustrazione che provava. Amore e amicizia. Due parole che avevano un significato profondo per lei, ma erano sempre state poco presenti nella sua vita, e qualora lo fossero state, apparivano quasi come una sorta di aberrazione, diventavano un’anomalia. Quello che era successo dimostrava quanta poca esperienza avesse con questi due sentimenti e con tutto ciò che si nascondesse al loro interno. Amore e amicizia, pensò, erano due mondi, mondi complessi e variegati che celavano insidie a ogni angolo. Invidiava coloro che sembravano essere naviganti esperti dei mari di quei mondi, che ne conoscevano le correnti e i venti, mentre lei, al confronto, aveva paura anche di essere bagnata dalle onde, osservando l’orizzonte a piedi scalzi dalla riva. La volta che era riuscita a vincere quelle paure, che aveva detto “ok vediamo che succede”, muovendo i primi passi verso il mare, era scivolata in qualche avvallamento improvviso del fondale basso, rischiando di affogare. Tormentata da questi pensieri, e da altre immagini che cercarono di imporsi a tutti i costi alla sua attenzione, le mancò il respiro e dovette sforzarsi di far tornare il battito del cuore regolare, facendo respiri profondi e lenti.

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Capitolo 1

    In questa sezione potrete leggere un estratto del Capitolo 1 de "La Persistenza dell'Anima". Per qualsiasi domanda o informazione potete mandare una mail al seguente indirizzo:
    info@marcobussoli.it

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    CAPITOLO 1

    IN CERCA DI LIBERTÀ

    Il fango affaticava ogni passo e soltanto la disperazione le permetteva di procedere. Non portava nessun fardello con lei tranne la pancia gonfia. Mancava poco al parto e il dolore ai reni rendeva ogni passo ancora più agonizzante. La temperatura mite, nonostante fosse ottobre, accompagnava una pioggia persistente e assidua che durava, ormai, da due settimane. Le strade stavano diventando impraticabili perfino per le carrozze. I suoi stivali affondavano per metà in quella melma grigia e viscosa. Se non fosse stata incinta, avrebbe pregato perché ne venisse risucchiata fino all’inferno. La cosa importante, però, era che suo figlio vivesse. Tutto ciò che possedeva, l’essenza stessa della sua vita, era racchiuso nel suo ventre. Un’improvvisa ventata fredda scaraventò la pioggia fino al suo viso, malamente riparato dal copricapo, come artigli acuminati pronti a graffiarla e schiaffeggiarla. Viso già dolorante e con l’occhio sinistro ricoperto da un ematoma scuro, causato da uno schiaffo completamente differente. E la pioggia si mischiava con le lacrime e il sudore. Lei, intanto, pregava. Pregava per suo figlio e pregava perché Dio la perdonasse per le proprie azioni, benché le avesse compiute per amore, un amore sconcio e immorale, ma il cui frutto, innocente e meraviglioso, cresceva dentro di lei.
    Sentì uno sferragliare in lontananza. Avrebbe dovuto correre a nascondersi da qualche parte per non farsi vedere, lo sapeva, altrimenti la sua fuga sarebbe terminata ancor prima di cominciare. Era arrivata al limite delle sue forze, il corpo rifiutava di obbedirle. Andava semplicemente avanti, passo dopo passo. Il rumore si faceva sempre più vicino, sempre più minaccioso. Che andasse come voleva Dio, pensò con rassegnazione, se era davvero questo ciò che voleva. Il rumore arrivò al suo fianco, tramutandosi in due cavalli marroni, emaciati e sporchi di mota, e in un carro vecchio e sbilenco guidato da un uomo ancora più sporco di lei e i cavalli assieme. Il carro riuscì a fermarsi poco più avanti. Nel momentaneo silenzio, sentì dei lamenti provenire dall’interno del drappo logoro, ma proseguì col suo passo finché non sentì urlare il cocchiere. Si immobilizzò senza avere il coraggio di alzare lo sguardo. Sentì degli scricchiolii e poi lo scalpiccio di passi pesanti che si avvicinavano. Cadde in ginocchio nella melma, stremata e impaurita. Due mani rozze l’afferrarono e la strattonarono per rimetterla in piedi.
    «Chi sei?» sbraitò il cocchiere. L’alito gli puzzava di cipolle, ma non era l’odore più sgradevole che provenisse da lui. «Chi sei, che ci fai qui?» continuò scuotendola come un ramoscello.
    Non riusciva a pronunciare una sola parola. Era terrorizzata, soprattutto per suo figlio. Si portò le mani al ventre, scostando involontariamente il mantello che la copriva. Subito le due rozze mani si fermarono, indecise.
    «Sei una donna?» latrò l’uomo con una risata sguaiata e più rozza delle sue mani. «Oggi è il mio giorno fortunato» disse afferrandola per le spalle e spostandola di peso verso il retro del carro. «Due in un colpo solo».
    Il cocchiere scostò il drappo e la spinse, afferrandola per le natiche senza delicatezza, all’interno del carro. Nel cadere, si sbucciò le mani e le ginocchia pur di evitare di finire col suo peso, e con tutta la propria stanchezza, sulla pancia. L’unico pensiero era quello di salvaguardare il suo bambino. Per un momento fu avvolta dall’oscurità e non riuscì neanche a respirare per la puzza nauseabonda che trovò all’interno del carro. Gradualmente riuscì a spostarsi verso il bordo posteriore e a sedersi, appoggiando la schiena al telaio della carrozza. Scostò il drappo quanto bastasse per respirare aria pulita. La carrozza ripartì con uno scossone e qualcuno dal fondo scuro gracchiò un lamento. Scostò maggiormente il drappo per far entrare più luce. Lo spettacolo che i suoi occhi iniziarono a vedere, abituandosi alla scarsa luce che trapelava dall’esterno, sembrava uscire dalle viscere oscure dell’inferno di Dante Alighieri, almeno per come l’aveva immaginato dai racconti di suo padre, da ragazzina. Ammassata in quello spazio angusto c’era una moltitudine imprecisata di corpi. Non poteva essere neanche sicura di quanti uomini o donne fossero e, soprattutto, quanti di quei corpi respirassero ancora. Quello che capì con certezza fu l’origine della puzza che le aveva tolto il respiro appena scaraventata all’interno. Vide rivoli di urina vicinissimi che provenivano dal coacervo di corpi, e sentì chiaramente il puzzo di escrementi solidi che alcuni di loro nascondevano necessariamente nei vestimenti. Le arrivava anche un odore pungente che le ricordava quello sentito da ragazzina quando era morto suo padre. Insieme a sua madre e alle altre donne di casa, era stata presente alla cerimonia della vestizione. Ricordò che, poiché suo padre morì in un giorno caldissimo d’estate, dovettero affrettare la cerimonia e seppellirlo prima del tempo. Il fetore della putrefazione cresceva di ora in ora e l’odore pungente della carrozza era molto simile a quello che ricordava. Doveva esserci qualche morto all’interno della carrozza, poveraccio pensò, chissà quanti e chissà da quanto tempo ormai, si persuase subito dopo.
    Vicino a lei, un anziano respirava a fatica e gli tremavano le mani. Le mani e i piedi, suoi come quelli delle altre persone, erano legate con le corde. L’anziano sembrava sempre sul punto di esalare l’ultimo respiro, con la bocca aperta e il petto pesante come un macigno, ma continuava a respirare, sobbalzo dopo sobbalzo della carrozza. Sembravano tutti prigionieri. Di fronte al vecchio c’era un ragazzo, sporco e vestito di stracci, a piedi nudi, ma sembrava che avesse retto meglio degli altri al supplizio di quel viaggio. La fissava. Poi spostava lo sguardo velocemente sulla sua pancia gonfia e immediatamente riprendeva a fissarla. Non capiva se fosse semplice curiosità o quello sguardo nascondesse degli istinti più triviali. Ricordò quando sua madre, una sera in cui erano rimaste sole davanti al fuoco ancora acceso, le raccontò di come i poveri, coloro i quali non avevano niente oltre il loro corpo, non si facessero scrupoli a prendere una donna appena capitasse loro l’occasione. Quando chiese cosa intendesse dire con “prendere una donna”, sua madre l’abbracciò e le disse di stare sempre attenta ai maschi, i quali potevano rovinare una donna per tutta la vita, svergognarla per sempre. E adesso aveva fatto qualcosa che sua madre non le avrebbe mai perdonato se fossa stata ancora viva. A quel pensiero distolse lo sguardo dal ragazzo e lo riportò al piccolo scorcio di esterno che poté trovare. Un sussurro, dal fondo della carrozza, la fece girare di nuovo. Oltre la massa informe di corpi, le sembrò di riconoscere una donna con qualcosa sulla testa, ma non poteva esserne sicura non riuscendo a distinguere bene con quell’oscurità limacciosa. Poi sembrò che si muovesse, forse poggiata a qualcuno, ma anche stavolta non avrebbe potuto dire se un uomo o una donna. Forse stava pregando, cosa che avrebbe spiegato il sussurro che l’aveva attratta poco prima, sempre che non fosse un mero riflesso, un’ombra più scura delle altre, una visione.
    La pioggia continuava, ammantando il mondo di un grigiore spettrale.
    Chissà dov’era diretto il carro con quel carico ai limiti dell’indecenza. Si considerava parte del carico, naturalmente, sudicia e forse ancor più depravata degli altri. Non era costretta, tuttavia, a camminare nel fango, sotto la pioggia e questo bastava a darle la forza di aspettare e accettare qualsiasi cosa sarebbe accaduta in seguito. Cercò di occupare il minor spazio possibile e raccolse le gambe quanto più poté senza dare fastidio al suo piccolo. Nonostante gli scossoni che trafiggevano il carro, era talmente stanca che si addormentò.

    Cammina sulla sponda di un grande fiume. La corrente non è impetuosa, ma alquanto sostenuta. Si accovaccia a toccare l’acqua e poi, con le mani a coppa, porta l’acqua al viso per rinfrescarsi. L’acqua è gelida, come fosse un ruscello di montagna. Invece è un fiume enorme in una pianura sconfinata. Si porta le mani al ventre piatto. Non è più incinta. Urla. Inizia a correre da una parte all’altra come impazzita. A un tratto sente una voce infantile che la chiama: «Mamma». Poco dopo ancora: «Mamma». Non capisce da che direzione provenga il suono. Sembra provenire da ogni luogo. Si volta verso il fiume. «Dove sei?» urla con tutto il fiato che ha in corpo. La risposta è sempre la stessa:«Mamma, mamma», come se non la sentisse neppure. In mezzo al fiume le sembra di scorgere qualcosa che galleggia. Senza esitazione si incammina nell’acqua gelida, ma la corrente è troppo forte e non riesce ad andare nella direzione dell’oggetto. Allora esce e risale il fiume oltre l’oggetto. Entra di nuovo. L’acqua è molto più profonda e per poco non rischia di affogare. Quando riesce a tornare a riva, si ritrova esattamente al punto iniziale. «Mamma, vieni», questa volta la voce è supplichevole. Si lancia nell’acqua. Subito dopo scivola e finisce con un braccio incastrato tra due rocce. Si dibatte come una pazza, «Mamma, vieni, aiutami», le manca l’aria.

    Si svegliò di soprassalto. Forse aveva gridato, ma non poteva esserne sicura. Gli occhi del ragazzo, nonostante la quasi totale oscurità all’interno del carro, erano sempre puntati fissi su di lei, come se non esistesse altro da guardare. Il carro era fermo, così si affacciò per cercare di capire dove si trovassero. Erano sempre in mezzo al nulla, ma con la differenza che era scesa la sera, e gli occhi faticavano perfino a distinguere forme e colori all’esterno. Improvvisamente il drappo si spalancò e le due mani rozze la afferrarono di nuovo, questa volta per farla scendere con più impeto della salita. Riuscì a stento a non finire distesa nel fango, aggrappandosi con una mano al carro e con l’altra al rozzo che la strattonava.
    «Adesso voglio sapere chi sei!» ringhiò il cocchiere sputandole bollicine di saliva in faccia. «Sono venuti due uomini a cavallo» continuò il rozzo cocchiere, «e mi hanno chiesto se avevo veduto una donna con un bimbo nel ventre».
    L’avevano raggiunta. Sentì che non aveva più vie di fuga, neanche la più piccola speranza per suo figlio. Si portò impulsivamente le mani in grembo ed ebbe paura per il suo bambino. L’avrebbero ammazzato se li avessero trovati.
    «Erano gli uomini del Barone» continuò il cocchiere, ma a voce più bassa, come se avesse paura semplicemente a nominarlo, quasi avesse orecchie sparse su tutti i suoi possedimenti. E lei aveva già capito chi fossero quegli uomini, non aveva bisogno che glielo dicesse. Giulio e Roberto, i due sgherri peggiori, i più infami e senza scrupoli. Un gelo le attanagliò il corpo e iniziò a tremare.
    «Perché ti cercano?» La voce era un sussurro e faceva ancora più paura. «Non ti ho data a loro se no non avrei avuto un soldo, ma ho promesso che quando ti trovo, ti riporto per una “piccola” ricompensa» sottolineò quelle parole con un sorriso deforme e sdentato.
    Non pioveva più, ma faceva molto più freddo con il calare del sole. O forse era a causa della paura, impadronitasi di lei, che provocava quelle sensazioni su tutto il corpo. Il cocchiere era immobile, probabilmente per lo sforzo di pensare. La presa di quelle mani rozze era salda sulle sue braccia.
    «Dimmi perché ti cercano» disse il cocchiere con un sorriso ancora più viscido sulle labbra, «o ti riporto subito dal tuo amico Barone».
    Lei non aveva la forza di parlare, non avrebbe mai detto il vero motivo della sua fuga, soprattutto a un bifolco avaro come il cocchiere.
    «Ho capito!» esclamò improvvisamente il cocchiere, «sì, ho capito perché scappi. Hai rubato qualcosa in casa, vero?».
    Il cocchiere non avrebbe mai potuto capire la verità, pensò la donna, quindi aveva immaginato l’unica cosa che avesse importanza per lui: soldi o oggetti di valore.
    «Che hai rubato, brutta ladra?» incalzò il cocchiere mentre iniziava a perquisirla e toccarla da tutte le parti, «dove hai nascosto quello che hai rubato?».
    Le mani del cocchiere erano forti e non era facile opporvisi. La donna cercò in tutti i modi di divincolarsi, ma non ci riuscì. Scivolò e finì in ginocchio nel fango. Subito dopo il cocchiere fu sopra di lei e riprese a frugarle da tutte le parti. Pur nella disperazione della lotta, sentì l’eccitazione del cocchiere. Ebbe paura di quell’uomo sporco e violento, temendo che volesse soddisfare i suoi sporchi istinti. Iniziò a urlare con tutta la sua disperazione e con il terrore che potesse succedere qualcosa anche al suo bambino.
    «Urla» gridò a sua volta il cocchiere «urla quanto vuoi, tanto qui non ti sente nessuno».

    Copertina
    La Persistenza dell'Anima

    Capitolo 5

    In questa sezione potrete leggere un estratto del Capitolo 5 de "La Persistenza dell'Anima". Per qualsiasi domanda o informazione potete mandare una mail al seguente indirizzo:
    info@marcobussoli.it

    La Persistenza dell'Anima

    di Marco Bussoli

    CAPITOLO 5

    POICHÉ NON ESISTE UNA DESTINAZIONE FINALE

     

    Affascinata.

    Non riesco a trovare altre parole per descrivere la bellezza che offre la Terra di sé. Anche poter semplicemente osservare lo spettacolo mostrato dal finestrone dell’osservatorio della Stazione Intercontinentale in orbita attorno al nostro “pianeta madre”, vale ogni chilometro che ho percorso finora. Mi viene da pensare che l’uomo debba sviluppare la tecnologia, e rendere possibile l’esplorazione dello spazio, semplicemente per arrivare a vedere la Terra da dove la sto guardando io: per apprezzare davvero quello che stiamo continuando lentamente a distruggere, invece di venerare come un essere superiore. Puntiamo sempre più in alto, vogliamo arrivare sempre più lontano. Ora abbiamo iniziato a conficcare i nostri artigli su Marte, ma già la razza umana pensa ad andare oltre, sempre più lontano. Ma dove? Non sappiamo neanche chi siamo davvero noi stessi. Nicolas mi parla di “impermanenza”, che nulla è permanente per l’uomo se non il cambiamento stesso. Ma anche questa incrollabile voglia di guardare sempre più lontano è qualcosa di immutabile per l’uomo. Eppure dovremmo rivolgere lo sguardo anche verso noi stessi. Forse abbiamo paura di farlo e per questo cerchiamo sempre il più lontano possibile da noi ogni cosa, qualsiasi cosa, la realizzazione, la felicità, l’amore, tutto. Fermiamoci. Fermati Karol e osserva dentro di te… osserva la Terra. Non dovevamo spingere pochi pionieri prima sulla Luna, poi su Marte, e tra cento o duecento anni chissà dove. No. Dovevamo fermarci in orbita intorno alla Terra e permettere a ogni abitante della Terra di venire quassù a contemplarla. Qualcosa sarebbe successo. Qualcosa sarebbe cambiato. Ne sono sicura. Nessuno può rimanere insensibile davanti a te, Terra mia. Nessuna delle foto che ho visto su Marte rendeva minimamente lo spettacolo che mi riempie in questo momento. Meritiamo qualcosa di tanto bello? Merito io la tua contemplazione? Io sono nata su di te e adesso ritorno, dopo più di 10 anni, ma non ritorno per te, Madre Terra, quindi non dovrei avere la possibilità di godere della gioia di essere così presa e affascinata da te. Forse portiamo dentro di noi i milioni di anni in cui ci siamo evoluti sul nostro pianeta, li portiamo scritti talmente in profondità che un richiamo, una forza misteriosa, benché inconsapevole, ci spinge a tornare qui. Come un fedele in pellegrinaggio. No, è qualcosa di più forte, che non viene dalla ragione o dal cuore… viene da qualcosa di mistico che si perde nella notte dei tempi. Se non avessi incontrato Nicolas, farei lo stesso questi pensieri? Sono arrivata alla Stazione Orbitale Intercontinentale da circa 10 giorni, e da subito ho avuto la fortuna di conoscere Nicolas. Sì, credo sia stata davvero una fortuna. Nicolas non la pensa così. Lui dice che qualsiasi cosa ci capiti non avvenga per caso, ma per un motivo ben preciso. Spesso chi entra nella nostra vita deve insegnarci una lezione di cui abbiamo bisogno perché la nostra anima possa evolversi. Così è per il nostro incontro. Molte delle cose che mi dice non le capisco, non all’inizio almeno. Ma toccano qualcosa di profondo dentro di me. Le sue parole vibrano dentro di me come se entrassero in risonanza col mio cuore, la mia anima, se ognuno di noi ne possiede una. E grazie a lui ho iniziato a scrivere questa sorta di diario che mi aiuta a capire quello che avrei difficoltà a comprendere di me stessa. Scrivere, mi disse un giorno Nicolas, ti costringe a trovare le parole per descrivere quello che provi, che senti e che altrimenti rimarrebbero sentimenti confusi. E mi ha detto di farlo anche come esercizio giornaliero: ogni volta che ho una sensazione o un’emozione, devo sforzarmi per riuscire a trovare la parola o le parole migliori che descrivono esattamente quel momento. Da quando ho iniziato a farlo, e sono soltanto una manciata di giorni, sento più chiarezza dentro di me, una serenità appena accennata, ma mai provata in tutta la mia vita. È come se stessi finalmente trovando il mio equilibrio e iniziassi a camminare per la prima volta sulle mie gambe. Quando un bambino muove i primi passi è facile che possa cadere. Forse si riferiva a questo Nicolas, quando mi ha detto di stare attenta dopo avergli riferito la mia sensazione di nuovo equilibrio. Ma non ne sono sicura. Mi ha parlato di pendoli, di come noi passiamo da un estremo all’altro, senza arrivare all’equilibrio, ma qui mi ero già persa. Dovrò approfondire meglio l’argomento con lui. Gli faccio sempre tante domande ed è molto paziente con me. Credo sia paziente con tutti, con l’umanità intera. Ho incontrato Nicolas il giorno stesso in cui sono arrivata alla Stazione Intercontinentale. Ero in attesa del mio bagaglio, e nell’angusto modulo adibito alla loro consegna, stavamo stretti come sardine. In un angolo c’era un signore con i capelli castani, striati di bianco, e la tuta degli addetti alle pulizie. La cosa che spiccava, però, era un sorriso calmo e sereno che irradiava un senso di benessere. Quando il nostro sguardo si incrociò mi venne naturale ricambiare quel sorriso e mi sentii effettivamente più rilassata. Ero stanca del lungo viaggio da Marte. Un viaggio lungo e costoso, ma bisognava affrontarlo, per forza di cose, con un ridotto spazio vitale. Le stanze della nave sono praticamente dei loculi situati nella parte anteriore e centraleposteriore della nave adibita ai passeggeri. La parte posteriore vera e propria è dedicata ai motori, naturalmente. I locali comuni sono spartani, ma almeno sono molto più ampi. Sono tre: una mensa che soddisfa i passeggeri divisi in due turni per ogni pasto; una sala ricreativa con giochi, libri, musica, cinema e attività di socializzazione con animazione; una palestra per mantenere i muscoli in attività. Su Marte l’attività fisica è praticamente obbligatoria. Io passavo due ore in palestra quasi ogni giorno. Altrimenti non sarebbe più possibile tornare sulla Terra, dove c’è una gravità sensibilmente più forte che su Marte. Questi locali comuni sono più ampi dei loculi-letto, ma passare molti mesi in ambienti così angusti diventa stressante a livello sia fisico che psichico. In genere i passeggeri non superano le trecento unità e, trascorrendo tanto tempo insieme, capita che nascano sentimenti diversi tra di loro. Si assiste a gesti molto belli, ma anche a litigi che sembrano provenire dall’inferno stesso. Oltre a varie equipe mediche, infatti, ci sono degli psicologi che cercano di aiutare le persone che soffrono i viaggi così lunghi. Pure io sono stata alcune volte, durante il viaggio, a parlare con psicologi diversi, semplicemente per sfogarmi, allentare e rilasciare l’energia negativa che si accumula su ognuno di noi quasi per osmosi, o per il solo fatto di respirare la stessa aria, aria che inspirano ed espirano tutte le altre persone, purificata e disinfettata, ma sempre la stessa. La convivenza stretta diventa una sorta di vita alternativa, con le proprie regole e i propri ruoli, che nulla hanno a che vedere con il normale corso delle cose. Le persone non si comportano normalmente o forse diventano quello che sono davvero nell’intimo. Come quello che accade in un manicomio o in una prigione. All’interno della nave, la realtà diventa qualcosa di differente. Quindi ero felice di essere finalmente arrivata e di poter lasciare quelle lamiere asfittiche. Tuttavia, quando finisci un lungo viaggio, così come quando vieni fuori da una situazione brutta o negativa, proprio allora una stanchezza profonda sembra avvolgerti e soffocarti. Così mi sentivo io, mentre aspettavo il mio bagaglio, ma quel sorriso, quella calma impenetrabile mi avevano dato una nuova linfa vitale, una nuova energia pulita. I bagagli cominciarono ad uscire finendo sul rullo circolare su cui tutti i passeggeri si accalcarono come invasati. Io rimasi indietro, controllando il portello da cui uscivano i bagagli sperando di riuscire a vederlo. Piano piano i passeggeri prendevano i loro bagagli e si allontanavano, ma del mio bagaglio non c’era traccia. Quando più della metà dei passeggeri se ne erano andati, verso il modulo successivo dove c’era la dogana internazionale, finalmente vidi il mio borsone che girava solitario sul rullo. Aspettai che mi raggiungesse e lo afferrai mettendomelo sulle spalle. Risolta la piccola ansia bagaglio, mi voltai verso l’angolo per incrociare di nuovo lo sguardo dell’uomo con il sorriso sereno, ma non lo vidi. Restai profondamente delusa. Oggi lo scrivo, come mi ha consigliato Nicolas, ma quel giorno era un misto di rabbia, frustrazione e stanchezza, soprattutto legate al viaggio e alla vicinanza forzata con i passeggeri della nave. Così mi avviai a passo spedito verso il modulo successivo. Volevo partire subito per la Terra e, nel senso vero della parola, toccare con i miei piedi la vera terra, l’erba e accarezzare le piante, respirare l’aria senza alcun filtro o maschera e senza disinfettanti. Ero impaziente e stavo iniziando a odiare già la Stazione Orbitale Intercontinentale benché ci avessi messo piede da qualche ora soltanto. Oltrepassato il breve passaggio di raccordo tra il modulo bagagli e il modulo successivo, mi ritrovai avvolta da un impasto sonoro completamente diverso. Le voci erano più eccitate e cariche di aspettativa, come già proiettate alla futura discesa sulla Terra e non, come prima, semplicemente stanche del viaggio e dell’attesa dei bagagli. Sembravano tutti rinvigoriti. E così mi sentivo io, fremente per l’imminente discesa. In fondo al modulo, poco prima delle due grandi porte, c’erano i gabbiotti del personale della dogana, a ognuno dei quali c’erano persone in attesa di espletare gli obblighi di accesso alla stazione o transito per la Terra o la Luna. Poco avanti a me c’era la divisione in quattro file dei viaggiatori e io presi quella per il transito verso la Terra che era quella più numerosa. Gli altri accessi erano per quelli che sarebbero rimasti sulla Stazione Intercontinentale e quelli che sarebbero scesi sulla Luna. La fila per l’imbarco per Marte era naturalmente vuota al momento. Osservando la corta fila delle persone che sarebbero rimaste sulla Stazione Orbitale Intercontinentale, pensai che fossero dei pazzi a non andare sulla Terra, dopo aver vissuto stivati nello spazio per quasi un anno. Probabilmente avevano del lavoro da fare o delle persone da incontrare. Io volevo soltanto andarmene via il prima possibile. Non sarei rimasta lì sopra neanche un minuto oltre il necessario. Le file procedevano abbastanza velocemente, ma la mia pazienza era proprio agli sgoccioli. Mi sembrava che i poliziotti della dogana si muovessero a rallentatore, che facessero un milione di domande prima di mettere quel benedetto timbro sui passaporti. Mi guardai intorno per distrarre la mia mente dai doganieri “bradipi”. All’inizio guardai oltre la barriera di vetro che divideva gli arrivi dalle partenze. Dall’altra parte non c’era ancora nessuno. La nostra, al momento, era l’unica nave attraccata alla Stazione. L’imbarco per Marte sarebbe iniziato soltanto tra un paio di settimane. La nave con la quale ero arrivata io sarebbe ripartita alla volta di Marte con un nuovo carico di sogni e disperazioni. Rabbrividii al pensiero di dover affrontare di nuovo quel lungo viaggio. Tornai a voltarmi verso la dogana e alle file di persone avanti e intorno a me. Quanto è eterogenea l’umanità, pensai. In appena poche centinaia di persone, c’erano decine e decine di razze e religioni differenti. Con alcuni di loro avevo legato durante il viaggio, mentre con altri avevo avvertito subito una sensazione di rifiuto che continuava immutata anche adesso. Sarà l’aspetto fisico, la gestualità, il modo di vestire, non so di preciso, ma il primo impatto per me è sempre stato molto importante. So che è sbagliato giudicare una persona senza prima averla conosciuta, ma andare oltre una prima sensazione negativa è, per me, molto difficile. Raramente ho concesso seconde opportunità a chi non mi fosse piaciuto fin dal primo istante. Nicolas si è molto divertito quando gli ho raccontato questo aspetto del mio carattere. Disse che era una cosa molto comune. Noi non ci avviciniamo mai alle persone con una vera apertura mentale, non cerchiamo di conoscere davvero l’altra persona, di accoglierla, ma la osserviamo attraverso i nostri pensieri, giudizi e pregiudizi. Io forse ero il prototipo e la dimostrazione vivente di questo discorso, ma quando Nicolas me lo fece notare, rifiutai anche soltanto di fargli proseguire il discorso se avesse continuato a riferirsi a me. Così mi domandò se avessi avuto una migliore amica quando ero piccola. «Certo che l’ho avuta, anche più di una». «E cosa pensavi, ogni giorno, quando incontravi la tua migliore amica?» «Che mi piaceva trascorrere il tempo con lei e che ci saremmo divertite tanto… E poi mi fidavo di lei». «Sì, ma di lei cosa pensavi appena la vedevi?» «Non lo so, era la mia amica, la conoscevo e non mi facevo sempre domande». «Ti rapportavi a lei in base a quello che pensavi di lei, in automatico». «No, mi rapportavo a lei in base a quello che avevamo fatto e condiviso». «Appunto, tu non vedevi più la tua amica, ma il calderone di tutte le cose fatte insieme, le cose che vi siete dette e confidate in precedenza. Non è possibile trascendere quelle cose, giusto?» «Certo, altrimenti che amicizia è». «Io invece, quando incontro le persone, cerco di conoscerle ogni volta quasi come fosse la prima volta. Voglio poter vedere ogni sfaccettatura di quella persona e non rinchiuderla in ruoli o in atteggiamenti preconfezionati. Non voglio conoscerla attraverso i miei pensieri, ma attraverso di lei». «Questo è impossibile, Nicolas». «Nel momento stesso in cui fai pensieri su una persona, crei delle aspettative e farai in modo che vengano soddisfatte. Ecco perché molte storie di amicizia, e lo stesso vale anche per le storie d’amore, finiscono male. Non ci si conosce nella realtà del momento, più l’amicizia è lunga e maggiore è la differenza tra quello che percepiamo di quella persona e la persona reale. È lì davanti a noi, ma noi siamo aggrappati agli anni passati e la vediamo attraverso il filtro impenetrabile di quegli anni». Qui lo interruppi. Mentre lo ascoltavo avevo rivissuto alcune storie di amicizia della mia infanzia il cui dolore riusciva a farsi sentire ancora oggi. Ma erano troppe le cose da dire e da chiedere, così restai in silenzio. «Ti dirò un’altra cosa» continuò Nicolas, «quando guardiamo un tramonto, godiamo di quello spettacolo fino a quando non pensiamo: “Ma che bel tramonto”, o un pensiero simile. Da quell’istante non siamo più nel momento presente, lo abbiamo razionalizzato, lo abbiamo filtrato attraverso tutti i nostri segni e simboli mentali. Il tramonto è ancora lì, ma noi ne vediamo semplicemente una schematizzazione, una proiezione simbolica… detto più semplicemente, un ricordo». Inutile dire che non lo seguissi affatto, ancora persa nelle mie circonvoluzioni mentali del concetto precedente, ma saremmo tornati varie volte, in seguito, su questo argomento. Intanto, mi sto sforzando di ascoltare e seguire i consigli che tenacemente mi propone Nicolas.

    Facebook
    Facebook
    YOUTUBE
    YOUTUBE
    PINTEREST
    PINTEREST
    INSTAGRAM